Ti è mai capitato di sederti per meditare e, invece di trovare calma, sentirti sommerso da un’ondata di pensieri? Succede a tutti: mentre cerchiamo la pace interiore, la mente comincia a ronzare con ricordi, rimpianti, autocritiche o progetti futuri. È proprio in quei momenti — quando tutto sembra “troppo rumoroso” — che la meditazione inizia davvero.
Chiunque abbia provato a meditare lo sa: non sempre la mente collabora. Dopo pochi minuti di silenzio, spesso si affacciano pensieri insistenti — preoccupazioni, ricordi, rimpianti, o addirittura dure critiche verso sé stessi. Ma questo non significa che stiamo “sbagliando” a meditare. Al contrario, è proprio in quei momenti che la pratica diventa davvero significativa. La meditazione, infatti, non è un tentativo di eliminare i pensieri, ma un modo per osservarli senza esserne travolti.
Meditare non significa “svuotare la mente”, ma imparare a osservare ciò che accade dentro di noi senza reagire. E questo richiede gentilezza, curiosità e una buona dose di pazienza.
In molti anni di pratica, ho imparato che esistono diversi modi per imparare a lasciare andare i pensieri che e non rimanerne troppo coinvolto. In questo articolo voglio illustrarvene uno e nei prossimi articoli alcuni altri. Questo metodo consiste nell’usare i pensieri stessi per andare oltre i pensieri.
Quando la mente divaga: dialogare con i propri pensieri
Può sembrare un controsenso, ma spesso il modo più efficace per calmare la mente non è combatterla, bensì indagarla con curiosità.
Quando, seduti in meditazione, ci ritroviamo invasi da pensieri, possiamo provare a porci alcune domande semplici ma utilissime:
- Ho scelto io questo pensiero, oppure è comparso da solo?
- Se non l’ho voluto, devo davvero considerarlo “mio”?
- E se non è mio, perché dovrei identificarmi con esso oppure sentirmi in colpa per averlo pensato?
Spesso scopriamo che i pensieri arrivano senza preavviso, come nuvole nel cielo. Non li invochiamo, appaiono e spariscono per conto loro.
Un esempio? Durante la meditazione, può emergere la frase mentale: “Non riesco mai a concentrarmi, sono incapace”.
A quel punto possiamo fermarci un attimo e chiederci: “Da dove viene questa voce? È davvero la mia?”
Forse ricorda le parole di un genitore severo, di un insegnante impaziente, o di qualcuno che in passato ci ha giudicati. Capire questo è liberatorio.
Molti pensieri negativi sono memorie emotive, non verità assolute.
La mente ripete frasi apprese in momenti di dolore, come una radio che suona sempre la stessa canzone.
Imparare a distinguere il pensiero da chi lo osserva è la chiave per non identificarci con ciò che arriva alla mente.
Immagina, ad esempio, di ricordare un fallimento lavorativo ogni volta che cerchi di rilassarti. Invece di reprimere quella memoria, prova a guardarla come una scena di un film: riconosci la persona che eri, la paura che sentivi, e lascia che scorra. Non devi “aggiustare” nulla, solo accogliere e lasciare andare.
Capire l’origine dei pensieri negativi
Molti pensieri di autocritica non nascono dal nulla. Spesso hanno radici lontane: frasi ricevute nell’infanzia, aspettative sociali, modelli di perfezione irraggiungibili.
Rendersi conto di questo è un primo passo per disinnescare il loro potere.
Immagina, ad esempio, di essere cresciuto con l’idea che “se sono bravo, so di essere amato”. Anche da adulto, potresti trovarti a pensare: “Non valgo abbastanza”, ogni volta che fallisci in qualcosa.
Ma durante la meditazione puoi iniziare a guardare quel pensiero con compassione: non come un nemico, ma come una parte di te che ha imparato a “proteggersi male”.
Potresti domandarti: “Chi mi ha fatto credere questo? E quella persona era davvero felice?”
Se la risposta è no, allora quel pensiero non parla di te, ma molto probabilmente del dolore di chi l’ha generato.
Questo tipo di riflessione, per esempio, permette di liberarsi dal peso di pensieri ereditati, riconoscendo che non ci appartengono davvero.
I pensieri sono come il meteo: non li controlliamo, ma possiamo osservarli
Spesso dimentichiamo che non abbiamo il controllo sui pensieri più di quanto ne abbiamo sul tempo atmosferico.
Non ci sentiamo in colpa se fuori piove, eppure ci biasimiamo se la mente si riempie di pensieri fastidiosi.
La verità è che i pensieri vanno e vengono come nuvole nel cielo. Noi non siamo la tempesta, ma il cielo stesso che contiene la tempesta.
Durante la pratica, quando arriva un pensiero spiacevole, possiamo semplicemente riconoscerlo:
“Ecco un pensiero di paura.”
“Ecco una preoccupazione.”
“Ecco una memoria del passato.”
E poi, con gentilezza, lasciarlo andare, come si lascia scorrere una foglia portata via dalla corrente di un fiume.
Coltivare la pazienza del testimone
Liberarsi dai pensieri non significa smettere di pensare, ma imparare a non crederci automaticamente.
Con il tempo, la mente può placarsi, perché non siamo più in lotta con noi stessi.
Più osserviamo i pensieri, meno potere hanno su di noi. E in quel silenzio che si crea — non forzato, ma naturale — può emergere qualcosa di più grande: la consapevolezza di essere vivi, presenti, interi.
In sintesi
La meditazione non è una fuga dai pensieri, ma un ritorno a sé stessi.
Ogni volta che un pensiero disturbante affiora, abbiamo l’opportunità di guardarci dentro con curiosità, di comprendere e, infine, di lasciar andare.
Solo così la mente, da nemica apaprente, diventa alleata: uno specchio limpido attraverso cui possiamo scoprire la quiete che, in fondo, è sempre stata lì.
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