Due modalità della mente: “fare” e “essere” e l’origine della sofferenza.

La mente può funzionare principalmente in due modalità: la modalità del “fare” e la modalità “dell’essere”.

La modalità del “fare”

Questa modalità si attiva quando abbiamo un obiettivo da raggiungere. Serve per risolvere problemi, portare a termine compiti, organizzare la giornata — come cucinare, andare a un appuntamento, o progettare un viaggio. È una modalità preziosa e necessaria nella vita quotidiana.

Il problema spesso nasce quando questa stessa modalità viene usata per affrontare il mondo interiore, cioè emozioni, pensieri e stati d’animo. Per esempio, se ci sentiamo tristi o in ansia, la mente “del fare” cerca di sistemare tutto come se fosse un problema da risolvere: analizza, confronta, cerca soluzioni. Ma quando non c’è una soluzione concreta (come nel caso di una perdita o di un fallimento), questo tipo di pensiero porta a rimuginare, aggravando la sofferenza.

Immagina di essere rimasto bloccato nel traffico mentre stai andando ad un incontro importante. Se sei nella modalità “del fare”, potresti pensare: “Dovevo partire prima! Mi dispiace creare un disagio agli altri. Avviso che arriverò in ritardo. La modalità del fare ci può aiutare a porre rimedio ad una situazione difficile.

La spinta a fare: quando la mente si blocca

Quando però il  (cioè l’immagine che abbiamo di noi stessi) entra in gioco, la modalità del “fare” si trasforma in “spinta a fare” e ci può mettere davvero nei guai. Il pensiero non è più: “Devo arrivare puntuale”; quando il nostro ego è coinvolto, si aggiunge qualcos’altro: “Devo arrivare puntuale per dimostrare che non sono un maleducato. Qui non è più solo il ritardo il problema, ma il proprio senso d’identità! Così la mente si aggroviglia nella discrepanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.

La discrepanza: radice della sofferenza

Questo genera sofferenza, perché al centro di tutto questo c’è un meccanismo mentale che possiamo chiamare “rilevatore di discrepanza”: una parte della mente che confronta costantemente la realtà con ciò che desideriamo o ci aspettiamo. Se c’è differenza (e c’è quasi sempre), si attiva il tentativo di colmare quel divario.

La modalità dell’essere

La modalità dell’essere è radicalmente diversa. Non cerca di cambiare, correggere o migliorare nulla. Semplicemente accoglie l’esperienza così com’è, momento per momento. È uno stato in cui non si giudica e non si corre verso un obiettivo, ma si rimane presenti.

Immagina di guardare un tramonto. Non stai pensando: “Come posso migliorarlo?”. Semplicemente lo vivi. Così è la modalità dell’essere: vivere il presente in tutta la sua ricchezza, senza volerlo cambiare.

Il ruolo centrale della consapevolezza (mindfulness)

La chiave per passare dalla modalità del fare a quella dell’essere è la consapevolezza, cioè la capacità di prestare attenzione al momento presente, intenzionalmente e senza giudicare.

In pratica, questo significa:

  • Accorgerti che stai rimuginando.
  • Riconoscere che sei entrato nella modalità della “spinta a fare”.
  • Scegliere di riportare l’attenzione a ciò che sta accadendo adesso: il respiro, le sensazioni del corpo, i suoni intorno a te.

La mindfulness non chiede di abbandonare la modalità del “fare”, ma di riconoscere quando non è utile — soprattutto quando genera sofferenza interiore in relazione a un attacco all’immagine di sé. In questo caso, la sofferenza non è più legata all’evento in sé, ma al significato che gli diamo. L’obiettivo non è smettere di agire, ma agire con maggiore consapevolezza, con la possibilità di scegliere come rispondere a ciò che accade.

Nella modalità dell’essere, pensieri ed emozioni sono visti per quello che sono: eventi mentali passeggeri, come nuvole che attraversano il cielo. Non servono a definire chi sei. Quando riesci a osservare questi pensieri senza identificarli come “la verità”, ti liberi dal loro potere.

Imparare a riconoscere queste due modalità, e a passare consapevolmente dall’una all’altra, è la competenza centrale che la pratica della mindfulness ci aiuta a coltivare. È il modo per interrompere i cicli di sofferenza, imparare a prenderci cura di noi stessi con gentilezza, e trovare più libertà dentro di noi.

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